Mediterránea 5/08

Gianni Ferracuti: 1967

Ivan Buukliev: Dora Gabé

Antonio Casamento: Paria e desterrados nella selva di Quiroga

Laura Cervesato: Il tango nell’opera di Borges

Paolo Vescovi: Idee religiose di Cervantes

Gianni Ferracuti: In principio...

Pierpaolo Venditti: Il confronto tra l’antropologia di Marx e Weber secondo Lowitz

Francesco Belo: Il Pedante

Stamattina mi sono colto in un istante di lucidità. Non è un vero satori - quello l'ho avuto nell'83. Ho solo messo a fuoco uno scorcio dell'anima che frequento di rado. Mi sono visto nella mia Ford ka rossa, comprata a rate e perennemente in riserva, mentre scendo a folle sulle vecchie strade di Trieste: autoradio Majestic con lettore cd a basso costo, ma che suona da dio e non salta nemmeno su un campo minato - Up from the sky a tutto volume: good evening mr. Corusoe.

Persino i caseggiati mal tenuti di Trieste si trasformano al tramonto, ed è piacevole girare a caso per passare un'ora prima di cena. Trovare Hendrix in offerta speciale al supermercato dà qualche brivido, ma perché perdere l'occasione? Se ha trentacinque anni, si nota poco - e magari il passato è solo un'utopia se, passata una vita, ogni nota ti ricorda la successiva, e riesci a tenere il ritmo con la mano sul volante, sperando che non parta l'airbag.

(Gianni Ferracuti: 1967)

 

Il momento in cui Quiroga si emancipa completamente dall’imitazione dei maestri europei, tuttavia, è quando comincia a descrivere i suoi “desterrados”. Qui, in modo totalmente originale, apre la strada a quella deformazione del realismo che nasce dall’incontro di quest’ultimo con l’espressionismo narrativo e con un sostrato mitico ancora latente. Ed ha senz’altro il merito di aver creato una singolare mitologia di frontiera in cui forse, secondo le tesi della studiosa Elsa Leonor Pasternik, la percezione del reale dell’autore si va confondendo con una sorta d’incosciente collettivo jungiano. La scoperta della terra, della sua gente e dei suoi miti, trasformano e alimentano la scrittura di Quiroga, sostituendo, o meglio integrando, la lezione dei maestri europei.

(Antonio Casamento: Paria e desterrados nella selva di Quiroga)

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Possiamo dedurre quindi, da queste conclusioni, che il tango è lo specchio della popolazione argentina, è un simbolo per poterli identificare.

Identità è la parola chiave di questo genere artistico, in quanto Borges è vissuto in un periodo in cui la popolazione argentina cercava una propria identità, proprio perché essa era una fusione di popolazioni (che unendo le proprie tradizioni hanno proprio generato il tango) che fino a questo momento non aveva altri elementi che li potessero unire sotto un’unica identità, quella argentina. Addirittura l’autore nel ’66, in occasione dell’inaugurazione della raccolta 14 con el tango, disse “nella musica del tango noi argentini ci sentiamo completamente confessati”. Si cercava di trovare un mito per riscoprire l’identità di Buenos Aires, e la si cercò nella tradizione argentina dei secoli precedenti. Gli scrittori del tempo hanno ripreso queste immagini e le riportano nei testi delle canzoni di tango, unico genere artistico che rispecchia il popolo argentino dei fine ‘800.

Nella raccolta Il Compradrito, del 1965, il tango ha perfino “il merito di essere, insieme al sainete, l’unica voce (…) che l’autore eleggerà ad abitante archetipo di Buenos Aires: il compadrito”. Ossia, il compadrito (compare) che è la classica figura rappresentata nel tango borgesiano, diventa l’elemento caratteristico della popolazione di Buenos Aires, per il suo carattere deciso, forte e malinconico allo stesso tempo.

(Laura Cervesato: Il tango nell'opera di Borges)

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Riassumendo, l’idea di Cervantes è quella di un cristianesimo più semplice ed ingenuo, non gravato da quanto gli uomini hanno aggiunto all’originaria purezza del Vangelo: San Paolo, e non San Giacomo l’ammazzamori; castità e carità, e non astinenze penitenziali e grovigli teologici. Ancora una volta emergono le numerose corrispondenze con il pensiero di Erasmo e gli influssi rinascimentali soprattutto per ciò che riguarda un ritorno alle origini della cultura, della morale, della giustizia e della religione. In campo religioso ciò significava un ritorno alle Scritture, non al testo latino ma a quello ebreo ritenuto più prossimo all’inalterabile essenza che si voleva trovare. Erasmo incarna l’esempio di questa ricerca e il suo spirito va dove lo conduce il libero gioco della sua intelligenza e della sua cultura, senza timore dei possibili risultati; per questo rifuggirà da ogni soluzione dogmatica, sia essa caldeggiata dai teologi di parte cattolica, o da quelli di parte protestante finendo per essere odiato e perseguitato da entrambe le fazioni. Ciò nonostante, Cervantes ereditò da lui il suo spirito critico, accanto al suo bisogno di razionalità ed al suo instancabile spirito polemico.

(Paolo Vescovi: Idee religiose di Cervantes)

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Mediterránea 05/’08

Rassegna di Studi interculturali a cura di Gianni Ferracuti
Dipartimento di Letterature straniere
Università di Trieste

(iniziativa editoriale no profit)