Al Direttore di Interculturale.org

con preghiera di pubblicazione nel sito.

La ricostruzione dei “fatti” che hanno portato alla delibera di chiusura del Corso di Interculturalità a parte del Consiglio della Facoltà di Lettere, così come è presente sul sito www.interculturale.org, risulta lacunosa e, in alcuni punti, discutibile.

In primo luogo si afferma che la motivazione per la chiusura del Corso è da trovarsi nel problema dei requisiti minimi, che impedirebbe di mantenere intatta l’offerta didattica della Facoltà. Tale affermazione è priva di fondamento, data l’esistenza di soluzioni tecniche che avrebbero consentito di non disattivare alcun corso di studi, né triennale né specialistico.

Va osservato che siamo in una fase di rapido cambiamento della normativa vigente. Era stato sostenuto, dal sottoscritto e da altri colleghi, nella riunione del Comitato per la didattica del 6.2.07 e in quella del 13.2.07 che, in presenza di cambiamenti della legislazione, sarebbe stato saggio non diminuire l’offerta didattica e aspettare, per una valutazione definitiva, il nuovo quadro normativo del DM 270. A tal fine, in base alla legislazione attualmente vigente, era possibile completare il numero dei docenti necessari ad assolvere i requisiti minimi con il contributo di docenti di altre Facoltà (ne servivano appena un paio); in alternativa era possibile aprire “a rotazione” le due lauree specialistiche del corso di Beni Culturali o di quello di Lettere (considerando anche che ci sono corsi di specialistica a zero studenti iscritti), riuscendo con tale escamotage a gestire un anno di transizione senza disattivazioni di corsi.

Nella successiva riunione del Comitato del 13.2.07 il presidente Rovatti comunicava i risultati di un incontro col Preside, invitato alla riunione stessa; impossibilitato a partecipare, De Martino si era recato da Rovatti prospettando una soluzione che avrebbe proposto nel Consiglio di Facoltà del giorno successivo: nella sostanza, si sarebbe dovuto votare separatamente per l'attivazione delle lauree triennali (a voto palese) e quindi per le specialistiche, previa discussione sulla possibilità di aprirle tutte con il sistema della rotazione. Tale soluzione poi non è stata prospettata in Consiglio.

La ricostruzione di Interculturale.org non fa alcun riferimento al problema del finanziamento del Corso, e tuttavia, nel giustificare alla stampa la chiusura del corso, è stato addotto come prima motivazione proprio il problema della mancanza di fondi. Anche in questo caso sembra trattarsi di una giustificazione a posteriori. La questione economica, effettivamente sollevata nei giorni precedenti, era stata accantonata e data per risolta prima del Consiglio di Facoltà, tant'è vero - come ho avuto modo di far notare in altra occasione - che la prof. Monti è stata aspramente criticata per aver trovato il denaro necessario a finanziare il corso (come peraltro è previsto fin dalla costituzione del corso stesso, attivato nove anni fa con la clausola dell'autofinanziamento).

La richiesta presentata dal rappresentante degli studenti nella riunione del 6.2.07 fu effettivamente che, dovendo scegliere, si chiudesse un corso triennale anziché una specialistica: scelta peraltro discutibile: è noto che il corso di Interculturalità non ha specialistiche attivate, dunque accettare la chiusura di una triennale per salvare tutte le specialistiche ha rappresentato di fatto un avallo alla chiusura di Interculturalità, senza alcuna manifestazione di disponibilità a percorrere strade alternative.

Inoltre, in quella riunione vennero fatte affermazioni molto gravi. La Vice-Preside Paladini parlò in varie occasioni di una “guerra” tra corsi di studio e il rappresentante Tomasi alluse alla prevedibile chiusura di Interculturalità per ragioni di ostilità personale, affermazione che io chiesi retoricamente di mettere a verbale, pur sapendo che le riunioni del Comitato non sono verbalizzate.

La ricostruzione di Interculturale.org insiste sulla necessità di trovare un “maggior dialogo” tra il corso e la Facoltà, idea che rappresenta un tema frequente negli interventi di Tomasi, insieme al sottinteso che a rifiutare il dialogo sia la prof. Monti, ma la cosa è priva di fondamento. Anzitutto va osservato che l’equazione Interculturalità=Monti ha certamente un valore morale e culturale, in quanto sottolinea il ruolo di Silvana Monti nella progettazione e realizzazione del Corso, ma non ha fondamento giuridico o politico, in quanto il Corso di Interculturalità ha i suoi organi istituzionali e prende le sue delibere nel rispetto dello Statuto dell’Università di Trieste: si tratta infatti di una istituzione accademica e non di un’entità feudale retta da un conte che decide autonomamente.

In secondo luogo, perché ci sia un dialogo occorre essere almeno in due e partire da proposte. Di fatto – e se il rappresentante Tomasi ha elementi discordanti li può comunicare – il Corso di Interculturalità non ha mai ricevuto proposte che non fossero la sua semplice chiusura. Lo stesso Tomasi, in alcune occasioni, mi ha confermato che il progetto del Preside (o da lui attribuito al Preside) era semplicemente l’incorporazione di Interculturalità nel corso di Lingue e del Dams nel corso di Lettere: la cosa poi venne esplicitata anche in un incontro, l'unico che sia stato proposto in tempi recenti, al quale partecipavano anche i rappresentanti degli studenti di Interculturalità. In quella occasione fu proposta al Preside una semplificazione del percorso formativo di Interculturalità, da calibrare sulle tabelle del DM 270, ancora non disponibili nella loro versione definitiva, ed eventualmente la proposta di un accorpamento tra Interculturalità e Dams, che nel caso avrebbe risolto il problema dei requisiti minimi, mantenendo una continuità di progettazione e di lavoro su specifiche tematiche caratterizzanti entrambi i Corsi. Questa proposta di accorpamento, avanzata dalla prof. Monti è di fatto caduta e non è stata nemmeno citata nelle discussioni seguite e terminate con la delibera di disattivazione del Corso. Se al consiglio del 14 febbraio si è arrivati "senza alcun compromesso", la cosa non è dipesa dai docenti di Interculturalità.

Riguardo alla carenza di immatricolazioni, occorre dire che se questo è un requisito per la disattivazione di un Corso universitario, allora molti corsi dell'Ateneo dovrebbero essere chiusi, compresi alcuni della Facoltà di Lettere, le cui immatricolazioni sono sostanzialmente equivalenti a quelle di Interculturalità. Con lo stesso criterio dovremmo chiudere un numero significativo di insegnamenti che hanno meno di una decina di esami l'anno. Basta però osservare che non esiste norma di legge che imponga un numero minimo di iscritti per tenere aperto un corso, soprattutto quando questo corso non grava sui costi del bilancio di Ateneo.

La "soluzione in extremis" proposta da Tomasi per la salvezza del corso, come si può leggere nel testo pubblicato su Interculturale.org, è in realtà una proposta capestro: l'alternativa tra l'allontanamento di Silvana Monti e la chiusura del Corso di Interculturalità. Che la proposta sia "in extremis", è discutibile: venne fatta a me personalmente da Tomasi alcuni mesi prima del Consiglio (e credo anche ad altre persone, peraltro in presenza di testimoni), con la richiesta di prendere io la gestione del Corso una volta allontanata la prof. Monti: ovviamente la giudicai irricevibile. La mia memoria non registra alcuna reazione sgarbata della collega Monti alla lettura del comunicato di Tomasi in Consiglio, ma conserva tracce di un deprecabile applauso venuto da un settore dell'aula in cui sedevano membri dei corsi di Lettere, Lingue e Beni Culturali, contro il quale il Preside ebbe misurate parole di richiamo. Conservo anche la memoria dell'intervento di un secondo rappresentante degli studenti in Consiglio (di cui mi scuso per non ricordare il nome), che sosteneva una proposta radicalmente diversa da quella di Tomasi, e cioè mantenere attive tutte le lauree triennali e, se possibile, legare ad ogni triennale almeno una specialistica corrispondente: di questo intervento non vi è testimonianza nelle successive dichiarazioni rese alla stampa, ma suppongo che sarà correttamente riportato nei verbali del Consiglio di Facoltà.

Riguardo alle lamentele sulla cattiva gestione del corso, ricordo di aver protestato, nella seduta del Comitato per la didattica del 6 febbraio, contro accuse generiche, invitando Tomasi a preparare un elenco dettagliato di casi, che però non ho mai avuto la fortuna di leggere. La mia esperienza personale non è quella di una mancanza di problemi, ma di un costante sforzo per risolverli, anche quando essi nascevano all'esterno del corso, e di ciò credo che molti studenti e studentesse possono dare testimonianza. Essendo poi praticamente invecchiato negli edifici universitari, posso dire, per quel che vale, che non ho mai visto un corso privo di problemi, anche ben maggiori di quelli di Interculturalità, né ho mai sentito dire che un corso si chiudesse per risolverli. È peraltro evidente che i problemi sono degli iscritti, non dei non iscritti, e la chiusura non li risolve, ma li aggrava.

Al momento di scrivere la presente nota non è ancora disponibile il verbale della seduta del Consiglio che ha deciso la disattivazione del Corso, tuttavia tale decisione è stata ratificata nella seduta del Senato Accademico del 20 febbraio 2007, pur senza l'approvazione seduta stante della parte del verbale di Consiglio riguardante tale decisione: credo che si possa ravvisare in questo una scorrettezza formale. Secondo il verbale della seduta del Senato, il Preside De Martino ha motivato la decisione di chiusura del Corso di Interculturalità con le seguenti argomentazioni:

1. la necessità di un "aggiornamento dell'attuale ordinamento didattico nella prospettiva dell'applicazione del DM 270": tale cosa riguarda tutti i corsi di studio di tutti gli Atenei italiani, che non per questo vengono chiusi.

2. "Il costante calo delle immatricolazioni": dal che deduco che verranno chiusi tutti i corsi di studio che hanno tale problema...

3. "l'insoddisfazione degli studenti per quanto riguarda la difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro": poiché i rappresentanti degli studenti non sono ipso facto rappresentanti dei laureati, sparsi in tutta Italia, mi chiedo dove, come e quando sia stata rilevata questa insoddisfazione; rilevo anche che, data la grave disoccupazione intellettuale che affligge il Paese, si dovrebbe provvedere alla chiusura di tutte le facoltà umanistiche italiane: non mi risulta infatti che la laurea in Lettere inserisca facilmente nell'insegnamento (circa centomila precari nella scuola lo dimostrano) o che ci sia la fila per assumere i laureati nei corsi di Scienze della Comunicazione.

4. "La mancanza dei requisiti minimi quantitativi", di cui ho già parlato (osservo però che non viene denunciata alcuna mancanza dei requisiti qualitativi).

5. "Non vi è certezza formale sull'impegno dell'Amministrazione regionale di finanziare questo corso": è vero, e accade da nove anni.

Dei punti precedenti, i primi tre non sono entrati minimamente nella discussione del Consiglio di Facoltà che ha portato alla chiusura del Corso; il quarto è stato discusso, scartando ogni alternativa, e il quinto era stato sostanzialmente eliminato: il Consiglio, come ho detto, ha ragionato nella presunzione che il problema finanziario potesse dirsi risolto.

Nel verbale del Senato Accademico, prima dell'inizio della discussione sulla programmazione e l'offerta didattica di Ateneo, c'è un riferimento un po' criptico all'art. 8, c. 2, lett. p dello Statuto di Ateneo, che assegna al Senato stesso compiti di "coordinamento della didattica": non mi è chiaro se questo riferimento stia ad indicare una limitazione delle competenze del Senato in materia di attivazione e disattivazione dei corsi, e se in qualche modo ci si metta in contrasto con quanto stabilito nello stesso Statuto, che prevede, nello stesso art. e c., lettera i: "approva l’attivazione e la disattivazione delle strutture didattiche e scientifiche, sentito il parere obbligatorio del Consiglio di amministrazione, con il parere obbligatorio del Consiglio degli studenti per le strutture didattiche".

Il Regolamento di Ateneo, art. 7, prevede che le attivazioni o disattivazioni dei corsi sono proposte dai consigli di Facoltà (attribuisce cioè la delibera definitiva al Senato) (c. 1). Prevede inoltre che tali proposte "devono essere adeguatamente motivate" (c. 2), requisito che a me non pare assolto.

Formalmente il Senato parla di "sospensione" del Corso di Interculturalità, termine di cui non trovo traccia nella vigente normativa di Ateneo.

Riguardo alla disattivazione dei Corsi, il Regolamento stabilisce che "Il Senato Accademico con delibera prevede e disciplina, anche mediante delega al Consiglio delle Facoltà interessate, la possibilità per gli studenti già iscritti al Corso di studi disattivato di concludere gli studi e di conseguire il relativo titolo". Nel caso di questa inedita sospensione si deve dare per scontato che gli studenti in corso avranno la garanzia della conclusione degli studi, ma non esiste al momento nessuna delibera circa il modo in cui ciò potrà avvenire.

Infine, il verbale della riunione del Senato riferisce di un "ampio dibattito" sul tema della sospensione del Corso, ma non riporta ulteriori dettagli.

In un intervento sul Piccolo di giovedì 1.3.07, un testo firmato dal Rettore Peroni riporta come giustificazione della chiusura di Interculturalità i già visti temi della riforma dell'ordinamento didattico, delle prospettive occupazionali e del finanziamento. Aggiunge una valutazione politica del fatto che in Consiglio di Amministrazione la disattivazione del corso è stata approvata con il consenso unanime dei rappresentanti degli studenti, notando che "in termini di rappresentanza democratica si tratta del voto degli oltre 23.000 nostri studenti, nessuno escluso", il che agli scettici ricorda uno storico "tout va très bien, madame la Marquise!": uno dei più gravi problemi politici dell'Università è proprio lo scollamento tra le rappresentanze studentesche e il corpo degli iscritti: la partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei vari organizzi supera di rado l'8% degli aventi diritto al voto, e ignorare questo dato può essere formalmente legittimo, ma politicamente pericoloso.

Un'altra annotazione, molto personale, riguarda il progetto di riaprire Interculturalità previa ristrutturazione con il concorso di ben otto facoltà e, forse, due Atenei: mi ricorda l'induzione di un coma chimico in attesa di staccare la spina. I problemi tecnici che si pongono sono tantissimi, e già in passato una soluzione con il concorso di due o tre Facoltà si è rivelata impraticabile. Credo che il vero problema di Interculturalità sia, e non da ora, la mancanza di una volontà di tenerlo aperto.

Un'ultima considerazione può essere fatta riguardo alle modalità della votazione in Consiglio di Facoltà.

La convocazione della seduta prevedeva già il voto a scrutinio segreto, su una scheda indicante i 15 corsi della Facoltà. La cosa sarà anche legittima, ma non ha precedenti e pertanto acquista un valore politico ben definito. In un'altra occasione si era deliberato a scrutinio segreto sull'offerta didattica, ma solo su richiesta del Consiglio stesso, in corso di seduta, e solo sull'attivazione delle specialistiche, dopo aver approvato a voto palese le triennali. Inoltre il regolamento di voto (peraltro non discusso dal Consiglio) è stato paradossale: il meccanismo è stato tale per cui era perfettamente possibile che a favore di Interculturalità si avessero 41 voti (la maggioranza assoluta degli aventi diritto), e che questa considerazione non avesse alcuna incidenza sull'esito del voto. Era pure possibile teoricamente che si approvasse, ad esempio, l'istituzione delle specialistiche di Lettere e la contemporanea disattivazione della triennale dello stesso corso di Lettere: il che sembra indicare quantomeno uno stato confusionale.

Gianni Ferracuti